La motivazione per lo sport dei ragazzi

“chi ha un perché abbastanza forte può sopportare qualsiasi come” F. Nietsche.

 

La motivazione è la base per ogni nostra azione, dalla più semplice, come alzarci dal letto la mattina, alla più complicata, come decidere di andare sulla luna. Dietro ogni nostro gesto c’è un perché noi facciamo ciò che facciamo, anche se spesso è implicito o automatico.

Lo sport non fa eccezione, soprattutto in età giovanile.

Classicamente si distingue una motivazione estrinseca, legata ad un premio o una punizione, da una motivazione intrinseca, interna al ragazzo e orientata al soddisfacimento di un suo bisogno o al raggiungimento di un proprio obiettivo.

Ad esempio: posso studiare perché se non lo faccio la mamma si arrabbia o studiare perché prendere un bel voto a scuola mi fa stare bene.

La ricerca ha abbondantemente dimostrato che la tipologia migliore di motivazione è quella intrinseca. Ci permette di rimanere più concentrati sul compito, di sperimentare miglior livello di coinvolgimento, di sopportare meglio la fatica o la frustrazione legata a piccoli o grandi ostacoli che si frappongono tra noi ed il raggiungimento dei nostri obiettivi.

Purtroppo esistono molti luoghi comuni sulla motivazione, che traggono a mio avviso origine da due cause.

Primo: una concezione ENTITARIA della persona. Nello sport si identifica col concetto di talento. “Non è portato”. “Non ha abbastanza talento”. Quante volte abbiamo sentito o magari anche pronunciato queste frasi? E’ intuitivo come tale atteggiamento verso un ragazzino o verso un adolescente (che, ricordiamolo, è un adulto in “apprendistato”) non possa fare altro che generare un senso di svogliatezza, ridurne l’impegno ed in ultima istanza favorirne l’abbandono.

Secondo: un’idea che la motivazione sia qualcosa che ci viene data dall’esterno. Come se fossimo esseri inerti in attesa di qualcuno che ci accenda un qualche tasto. Il motivatore. Il coach.

Ma pensiamoci un attimo? Facciamo uno stop e consideriamo le nostre vite fin qui. C’è qualcuno che ci ha spinto a fare quello che abbiamo fatto? Quello che facciamo è solo il frutto di un talento innato? O abbiamo trovato spinta a fare quello che facciamo dentro di noi, per qualche oscuro motivo, e abbiamo continuato a farlo anche se nessuno di noi è un talento naturale o ha in animo di diventare qualche sorta di ‘campione’? E quindi: come possiamo favorire e migliorare questo processo anche nei nostri figli, fosse anche e solo in ambito sportivo?

La chiave di volta della motivazione nello sport in età giovanile (e non solo in quella) sta nella cosiddetta Teoria dell’Autodeterminazione (Self Determination Theory, Deci & Ryan, 1985). In pratica la teoria afferma che esistono 3 bisogni di base, comuni a tutti gli individui di ogni età. Sono i bisogni di:

  • Competenza (sentire che le proprie azioni hanno un effetto sul mondo),
  • Autonomia (poter avere un grado di autonomia nel determinare i propri obiettivi) e
  • Relazione (avere un ambiente che supporta e sostiene).

Si badi bene: bisogni. Urgenze. Cose che ciascuno di noi, ivi inclusi i bimbi, sono spinti a soddisfare. E qui interviene lo sport, o meglio, l’ambiente sportivo, quello fatto bene. Strutturato bene.

Nello sport il cosiddetto “ambiente motivazionale” la fa da padrone. Contrariamente a ciò che si pensa, la tipologia di sport è di poco conto. Lo dico con buona pace degli allenatori o dei dirigenti (ed in questi ultimi mi ci includo pure io) che pensano che il loro sport sia il migliore, il più bello, il non plus ultra per i ragazzini.

Ciò che conta invece è un ambiente in grado di fornire le risposte giuste ai tre bisogni di base a seconda dell’età.

Ad esempio per bambini di 6-7 anni la percezione di competenza va sottolineata dagli allenatori (rinforzata) con una certa frequenza. A quell’età infatti si ha bisogno di una ‘dose maggiore’ di motivazione estrinseca. Con un ragazzo di 16-17 anni invece posso stabilire obiettivi comuni che lo coinvolgano ma che siano al tempo stesso sfidanti per lui. Non in senso assoluto. Per lui. Per evitare inutili frustrazioni, ma anche la noia di obiettivi molto semplici da raggiungere.

Ok tutto chiaro, ma un genitore quindi cosa deve fare?

Mi sento di dare alcuni consigli.

  1. Fare una leggera pressione perché i bimbi o le bimbe facciano uno sport. Non importa se uno, due, tre.. cento prove di sport diversi. Non è solo una questione di capricci se cambiano di sovente: il vostro ragazzo o la vostra ragazza stanno cercando un posto dove soddisfare i propri bisogni di base. Un luogo sicuro dove poter esplorare, anche se piangeranno tutte le lacrime che hanno pur di non staccarsi da voi, al principio. Ben sapete che dopo qualche anno farete fatica a tenerli a casa a fare i compiti il giorno dell’allenamento (e infatti non dovete farlo)
  2. Verificate che l’ambiente dove è inserito sia motivante. Non serve essere degli psicologi. Lo capirete quando i vostri figli torneranno a casa e vi diranno cosa hanno imparato di nuovo. Cosa sono riusciti a fare. I loro progressi. Le loro nuove abilità. Le nuove COMPETENZE.
  3. Sfavorite in ogni modo o forma la COMPETIZIONE, almeno fino ad una certa età. Ci pensano già loro ad essere giustamente competitivi. Non temete che vi crescano della PAPPAMOLLE. Sostituite il “hai/avete vinto” con il “ti sei/vi siete divertiti” o “hai/avete imparato cose nuove”. Usate la fantasia. Se piange perché ha perso, è arrivato ultimo o non ha segnato chiedetegli semplicemente se si è impegnato fino in fondo. Ricordate che loro sono sensibili al vostro “like”. In due parole: premiare l’impegno, MAI il risultato. MAI.
  4. Se volete fare gli allenatori, fate un corso da allenatori (ogni federazione ha la sua). Se siete allenatori non allenate i vostri figli. Mi dispiace, ho molti amici che lo fanno. Non si fa.
  5. Non punite mai i ragazzi facendogli saltare l’allenamento. Non studi? Niente allenamento. L’allenamento è un momento formativo come la scuola. Gli togliereste la scuola perché non vogliono andare a trovare la nonna?

 

In definitiva: è tutto oro ciò che luccica? O, meglio, sport sempre e comunque per i nostri piccoli?

La mia risposta è SI. Lo sport di per sé è già strutturato per soddisfare bisogni di Competenza, Autonomia e Relazione, soprattutto in fase iniziale. Non tutti gli ambienti sportivi, tuttavia, sono sufficientemente motivanti nel lungo andare. E questa a mio avviso è la causa del cosiddetto ‘drop-out’, il fenomeno per cui dai 14 ai 18 anni c’è un tasso di abbandono molto importante dello sport giovanile. Su questo tema servirebbe un intervento importante di formazione ed informazione all’interno delle società sportive di base da parte delle Federazioni. Ma questo è un altro paio di maniche.

marco@psicoblog.it

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