La motivazione per lo sport dei ragazzi

“chi ha un perché abbastanza forte può sopportare qualsiasi come” F. Nietsche.

 

La motivazione è la base per ogni nostra azione, dalla più semplice, come alzarci dal letto la mattina, alla più complicata, come decidere di andare sulla luna. Dietro ogni nostro gesto c’è un perché noi facciamo ciò che facciamo, anche se spesso è implicito o automatico.

Lo sport non fa eccezione, soprattutto in età giovanile.

Classicamente si distingue una motivazione estrinseca, legata ad un premio o una punizione, da una motivazione intrinseca, interna al ragazzo e orientata al soddisfacimento di un suo bisogno o al raggiungimento di un proprio obiettivo.

Ad esempio: posso studiare perché se non lo faccio la mamma si arrabbia o studiare perché prendere un bel voto a scuola mi fa stare bene.

La ricerca ha abbondantemente dimostrato che la tipologia migliore di motivazione è quella intrinseca. Ci permette di rimanere più concentrati sul compito, di sperimentare miglior livello di coinvolgimento, di sopportare meglio la fatica o la frustrazione legata a piccoli o grandi ostacoli che si frappongono tra noi ed il raggiungimento dei nostri obiettivi.

Purtroppo esistono molti luoghi comuni sulla motivazione, che traggono a mio avviso origine da due cause.

Primo: una concezione ENTITARIA della persona. Nello sport si identifica col concetto di talento. “Non è portato”. “Non ha abbastanza talento”. Quante volte abbiamo sentito o magari anche pronunciato queste frasi? E’ intuitivo come tale atteggiamento verso un ragazzino o verso un adolescente (che, ricordiamolo, è un adulto in “apprendistato”) non possa fare altro che generare un senso di svogliatezza, ridurne l’impegno ed in ultima istanza favorirne l’abbandono.

Secondo: un’idea che la motivazione sia qualcosa che ci viene data dall’esterno. Come se fossimo esseri inerti in attesa di qualcuno che ci accenda un qualche tasto. Il motivatore. Il coach.

Ma pensiamoci un attimo? Facciamo uno stop e consideriamo le nostre vite fin qui. C’è qualcuno che ci ha spinto a fare quello che abbiamo fatto? Quello che facciamo è solo il frutto di un talento innato? O abbiamo trovato spinta a fare quello che facciamo dentro di noi, per qualche oscuro motivo, e abbiamo continuato a farlo anche se nessuno di noi è un talento naturale o ha in animo di diventare qualche sorta di ‘campione’? E quindi: come possiamo favorire e migliorare questo processo anche nei nostri figli, fosse anche e solo in ambito sportivo?

La chiave di volta della motivazione nello sport in età giovanile (e non solo in quella) sta nella cosiddetta Teoria dell’Autodeterminazione (Self Determination Theory, Deci & Ryan, 1985). In pratica la teoria afferma che esistono 3 bisogni di base, comuni a tutti gli individui di ogni età. Sono i bisogni di:

  • Competenza (sentire che le proprie azioni hanno un effetto sul mondo),
  • Autonomia (poter avere un grado di autonomia nel determinare i propri obiettivi) e
  • Relazione (avere un ambiente che supporta e sostiene).

Si badi bene: bisogni. Urgenze. Cose che ciascuno di noi, ivi inclusi i bimbi, sono spinti a soddisfare. E qui interviene lo sport, o meglio, l’ambiente sportivo, quello fatto bene. Strutturato bene.

Nello sport il cosiddetto “ambiente motivazionale” la fa da padrone. Contrariamente a ciò che si pensa, la tipologia di sport è di poco conto. Lo dico con buona pace degli allenatori o dei dirigenti (ed in questi ultimi mi ci includo pure io) che pensano che il loro sport sia il migliore, il più bello, il non plus ultra per i ragazzini.

Ciò che conta invece è un ambiente in grado di fornire le risposte giuste ai tre bisogni di base a seconda dell’età.

Ad esempio per bambini di 6-7 anni la percezione di competenza va sottolineata dagli allenatori (rinforzata) con una certa frequenza. A quell’età infatti si ha bisogno di una ‘dose maggiore’ di motivazione estrinseca. Con un ragazzo di 16-17 anni invece posso stabilire obiettivi comuni che lo coinvolgano ma che siano al tempo stesso sfidanti per lui. Non in senso assoluto. Per lui. Per evitare inutili frustrazioni, ma anche la noia di obiettivi molto semplici da raggiungere.

Ok tutto chiaro, ma un genitore quindi cosa deve fare?

Mi sento di dare alcuni consigli.

  1. Fare una leggera pressione perché i bimbi o le bimbe facciano uno sport. Non importa se uno, due, tre.. cento prove di sport diversi. Non è solo una questione di capricci se cambiano di sovente: il vostro ragazzo o la vostra ragazza stanno cercando un posto dove soddisfare i propri bisogni di base. Un luogo sicuro dove poter esplorare, anche se piangeranno tutte le lacrime che hanno pur di non staccarsi da voi, al principio. Ben sapete che dopo qualche anno farete fatica a tenerli a casa a fare i compiti il giorno dell’allenamento (e infatti non dovete farlo)
  2. Verificate che l’ambiente dove è inserito sia motivante. Non serve essere degli psicologi. Lo capirete quando i vostri figli torneranno a casa e vi diranno cosa hanno imparato di nuovo. Cosa sono riusciti a fare. I loro progressi. Le loro nuove abilità. Le nuove COMPETENZE.
  3. Sfavorite in ogni modo o forma la COMPETIZIONE, almeno fino ad una certa età. Ci pensano già loro ad essere giustamente competitivi. Non temete che vi crescano della PAPPAMOLLE. Sostituite il “hai/avete vinto” con il “ti sei/vi siete divertiti” o “hai/avete imparato cose nuove”. Usate la fantasia. Se piange perché ha perso, è arrivato ultimo o non ha segnato chiedetegli semplicemente se si è impegnato fino in fondo. Ricordate che loro sono sensibili al vostro “like”. In due parole: premiare l’impegno, MAI il risultato. MAI.
  4. Se volete fare gli allenatori, fate un corso da allenatori (ogni federazione ha la sua). Se siete allenatori non allenate i vostri figli. Mi dispiace, ho molti amici che lo fanno. Non si fa.
  5. Non punite mai i ragazzi facendogli saltare l’allenamento. Non studi? Niente allenamento. L’allenamento è un momento formativo come la scuola. Gli togliereste la scuola perché non vogliono andare a trovare la nonna?

 

In definitiva: è tutto oro ciò che luccica? O, meglio, sport sempre e comunque per i nostri piccoli?

La mia risposta è SI. Lo sport di per sé è già strutturato per soddisfare bisogni di Competenza, Autonomia e Relazione, soprattutto in fase iniziale. Non tutti gli ambienti sportivi, tuttavia, sono sufficientemente motivanti nel lungo andare. E questa a mio avviso è la causa del cosiddetto ‘drop-out’, il fenomeno per cui dai 14 ai 18 anni c’è un tasso di abbandono molto importante dello sport giovanile. Su questo tema servirebbe un intervento importante di formazione ed informazione all’interno delle società sportive di base da parte delle Federazioni. Ma questo è un altro paio di maniche.

SANREMO 2018. I TESTI PIU’ MINDFUL!

Sanremo 2018

Cosa c’entra una trasmissione nazional-popolare come Sanremo con un mondo in apparenza introspettivo e scientifico come quello della Mindfulness? Sono fermamente convinto che la realtà, qualunque essa sia, vada accolta con apertura e con un atteggiamento non giudicante. E con “il cuore del principiante” mi sono avvicinato a Sanremo. Tra i testi e le musiche ho trovato che il tema dell’Amore, pur dominante, lascia sempre più spazio ad altri temi a me molto più cari. Ecco quali.

Roy Paci e Diodato – ADESSO

Un trattato sul Qui ed Ora in salsa pop!!

E dici che troveremo prima o poi il coraggio
Di vivere tutto per davvero
Senza rincorrere un altro miraggio
Capire che adesso è tutto ciò che avremo

Le Vibrazioni – COSI’ SBAGLIATO

Una riflessione sull’uomo come essere imperfetto e sull’accettazione (ed il bisogno di essere accettati)

Portami a casa
Salvami ancora
Da queste mani fredde e viola
Riportami a casa
Perché ho paura di me
Tienimi stretto al buio e dimmi
Che mi vuoi bene anche così
Mi vuoi bene anche così
I miei castelli di carta
I miei occhi da pugile al bordo
Sbagliato
Così sbagliato

 

Lo Stato Sociale – UNA VITA IN VACANZA

Ci ha portato a pensare al sé s su quelli che sono i ruoli che interpretiamo.

E fai il cameriere, l’assicuratore
Il campione del mondo, la baby pensione
Fai il ricco di famiglia, l’eroe nazionale
Il poliziotto di quartiere, il rottamatore
Perché lo fai?
E fai il candidato poi l’esodato
Qualche volta fai il ladro o fai il derubato
E fai opposizione e fai il duro e puro
E fai il figlio d’arte, la blogger di moda
Perché lo fai?
Perché non te ne vai?
Una vita in vacanza
Una vecchia che balla
Niente nuovo che avanza

 

Mario Biondi – RIVEDERTI

Il qui ed ora di un incontro d’amore.

Entra se vuoi ma non pensare a niente vieni
Resta se puoi ma non fingiamo sia per sempre
Ora semmai viviamo oggi nel presente vuoi?
Averti qui
Ha il sapore
Dell’eternità
Pensa come è strano qui a tenerci per la mano viene lento un sorriso e il sole
Filtra fra i capelli tuoi e brilla dentro un prisma che mi abbaglia e mi colora di ambra e gioia

 

Vanoni, Bungaro e Pacifico – IMPARARE AD AMARSI

Un invito a vivere il qui ed ora ed aprirsi all’esperienza

E in fondo sentire che esisti felicità
Abbracciami ancora una volta
Mi basterà
Bisogna imparare ad amarsi in questa vita
Bisogna imparare a lasciarsi quando è finita
E vivere ogni istante fino all’ultima emozione
Così saremo vivi

 

Se vuoi conoscere meglio la MINDFULNESS puoi scaricare la guida gratuita di Pause. CLICCA QUI

Correre SMART. Fissare i giusti obiettivi per la corsa.

“Voglio vedere se riesci a convincermi a correre..”. “Avrei bisogno di un po’ più di motivazione, in questo periodo mi sento stanco ma non fisicamente: di testa!”. Queste ed altre sono alcune delle richieste che riceve normalmente chi si occupa di preparazione mentale per la corsa.

motivatore-e1339962019694-1Per buona pace di tutti la motivazione è un costrutto che appartiene a ciascuno di noi e che nasce in noi. Da ciò che ci interessa, da ciò che ci piace, dal nostro vissuto e dalle nostre esperienze, dalla nostra scala dei valori. Ognuno di noi runners ha una propria ragione per correre, una propria motivazione, un perché. Non necessariamente deve essere conosciuto ed elaborato: possiamo correre semplicemente perché ci sentiamo bene, o perché ci aiuta a ‘non pensare’ o perché ci fa sentire a posto ‘con la nostra coscienza’. Questa è la forza della corsa: non servono sovrastrutture mentali o conoscenze dei meccanismi psicologici che stanno alla base di ciò che accade. Basta agire e zac.. Ecco il senso che compare. Qui ed ora.

 

Il Goal Setting: quello che la ricerca ci dice su come fissare gli obiettivi.

Obiettivo_EfficaceLa motivazione, tuttavia, può essere favorita e stimolata. Uno dei primi passi che si compie in tal senso con gli atleti, sia professionisti che amatori, è la corretta definizione degli obiettivi. Tale tecnica, che prende il nome di Goal Setting, è nata in ambito aziendale ed ha un’importante validazione teorica. Nel tempo sono stati prodotti oltre 500 studi scientifici, con 40.000 persone coinvolte in 10 nazioni, il 90% dei quali ha confermato che le persone coinvolte hanno riportato “forti e persistenti modifiche del comportamento” (Gould et al. 2014).

Quali sono le caratteristiche che devono avere gli obiettivi per essere un sostegno efficace alla motivazione e quindi alla produzione di un comportamento finalizzato al loro raggiungimento?

Ecco le regole per dei buoni obiettivi. Dobbiamo fissare obiettivi:

Specifici. Un obiettivo deve essere identificato, specificato. Non generico. Correre in sé e per sé non è un obiettivo. E’ un’azione. Correre bene, o il più a lungo possibile, non sono obiettivi specifici. Un obiettivo è un traguardo da raggiungere.

Misurabili. E’ strettamente legato alla specificità. Deve poter essere misurato con precisione. Correre una mezza maratona in meno di due ore è un obiettivo specifico e misurabile.

Attraenti. C’è poco da fare: ci deve attrarre un pochino quello che facciamo. Sennò il gioco dura poco. Posso forzarmi a correre per far piacere a qualcuno. Per provare. Ma se non mi attrae almeno un po’ devo trovare forti incentivi esterni affinché io possa farlo (es.: minacce fisiche o essere pagato per farlo).

Raggiungibili. Se scelgo un obiettivo troppo facile rispetto alle mie abilità percepite (ergo: a quanto penso di essere bravo), mi annoierò; viceversa, se l’obiettivo è irraggiungibile o troppo difficile sarò quantomeno frustrato nel cercare di raggiungerlo (e nel lungo termine questo stress mi porterà ad abbandonare). L’obiettivo ottimale deve essere raggiungibile. Lì, ad un passo, se metto il giusto impegno.

Tempificati. E’ importante fissare una scadenza. Riprendendo l’esempio di prima: correre una mezza maratona in meno di 2 ore ed in sei mesi a partire da oggi.

Non è quindi importante il valore assoluto dell’obiettivo che si fissa. Ciò che conta è che sia coerente con la persona che lo fissa, con le sue capacità, con i suoi valori ed interessi.

Sembra banale, ma molti esempi di abbandono dello sport a livello giovanile o adulto sono proprio legati ad aspettative troppo elevate (o poco calibrate). Il ruolo del ‘motivatore’ perciò non è quello di guru in grado di rendere l’impossibile possibile, ma quello di accompagnare e sostenere l’atleta nell’esprimere tutto il proprio potenziale, garantendo al contempo benessere ed equilibrio duraturi.

 

L’articolo compare nella guida “Corri, Mangia, Ama” scaricabile gratuitamente QUI.

Gratitudine. Cos’è e come integrarla nelle proprie giornate.

stanchezzaE’ il primo dell’anno. La festa di ieri sera ha lasciato qualche traccia. Ti alzi ancora un po’ stordito. Vorresti tornartene a letto ma non riesci, ormai sei abituato ad alzarti. Ha davanti un’intera giornata di riposo, ma qualcosa dentro di te ‘frigge’. E’ giunto il momento di affrontare i buoni propositi per il nuovo anno: forse perdere qualche chilo, forse fare più movimento, forse cambiare lavoro o vita. Sei motivato e sicuro che questo sarà l’anno della svolta.. La cosa ti risuona? Bene. Continua ad immaginare. Ora un anno è trascorso e sei al 31 dicembre di quello stesso anno. Sono giorni che ci pensi. I propositi di gennaio sono stati dimenticati presto, ma non è quello. Una sottile inquietudine e quel senso di indefinito ti accompagna ancora. Non sei scontento, non c’è nulla che non vada eppure… senti che non ci sei. Il ciclo ricomincia.

 

Per quest’anno invece ti propongo un qualcosa di nuovo. A cominciare da subito, se vuoi. Parlo di GRATITUDINE, di un altro modo di guardare il mondo. Nulla di religioso o mistico. Ma di scientifico. Seguimi.

Ingenuamente si crede che Gratitudine sia dire “grazie” a qualcuno. Per la psicologia non è precisamente così.

Secondo Robert Emmons, Professore di Psicologia all’Università di Davis in California e uno dei più riconosciuti studiosi mondiali sul tema, Gratitudine è:

  1. Riconoscere il buono che c’è nelle nostre vite;
  2. Riconoscere che parte di questo ‘buono’ è dovuto ad altri o che comunque risiede al di fuori di sé.

Semplice vero? Eppure siamo sempre alla ricerca di ciò che manca e di ciò che non funziona nelle nostre vite o nei nostri giorni. La ragione di ciò è che, grazie a questo atteggiamento, siamo riusciti ad evolverci: siamo scesi dagli alberi, abbiamo scoperto il fuoco, la ruota, costruito città e strade, inventato il campionato di calcio.. La tensione verso il miglioramento continuo di ciò che non va è diventata parte del nostro DNA: è una direzione verso la quale, come specie, siamo orientati.more-more-never-enough-300x149

E’ utile tutto ciò? Certo, lo è stato e lo sarà. Ma i tempi sono cambiati, rispetto all’epoca delle caverne. La ricerca di modi nuovi di sopravvivere ha salvato la vita ai nostri antenati; oggi tuttavia viviamo in un mondo dove la sopravvivenza non richiede altrettanto sforzo. Possiamo rilassarci e goderci ciò che abbiamo, portando la tensione al miglioramento in sottofondo.

Ok, ma cambiare è fatica. Perché dovrei farlo?

La ricerca ci dice che, essere grati ed esprimere gratitudine apporta benefici:

  • Fisici: pressione sanguigna più bassa, miglior qualità del sonno, miglior recupero in caso di problemi cardiaci, maggior tendenza a fare esercizio fisico.
  • Psicologici: minori tendenze depressive e miglior recupero dopo una fase depressiva acuta, miglioramento di autostima e del cosiddetto benessere psicologico globale, maggior resilienza.
  • Sociali: migliora supporto sociale, amicizie, relazioni romantiche, ci rende più ottimisti e addirittura migliora il nostro rendimento sul lavoro.

A questo punto cosa faccio?

Lascia che ti indichi un paio di cose molto semplici da fare durante la tua giornata per connetterti con la Gratitudine.

DIARIO.
3 diarioPrima di coricarti la sera, prendi 5’ per te. Mettiti comodo e fai qualche respiro profondo. Chiudi gli occhi. Prova a pensare durante la giornata a 3 cose per le quali sei grato quel giorno. Non parlo di vincite alla lotteria o simili; parlo di cose molto semplici: il sorriso di una persona amica, il gusto del caffè la mattina appena sveglio.. Fatto? Riapri gli occhi ed annotale in un quaderno. Tutto qui. Una volta al giorno, la sera.

PICCOLE VITTORIE.

4. vittoriaOgni tanto durante la giornata prova a fermarti e a notare qualcosa che hai o che ti circonda e che potresti non avere. Annota mentalmente la tua ‘piccola vittoria’. Quello che senti ora è Gratitudine. E’ questo a mio avviso il contributo che la gratitudine dà per la nostra Felicità: essere basata non tanto su quello che non si è ancora raggiunto, che non c’è, ma su quello che è presente ora. Sulle nostre ‘piccole vittorie’, che sono sempre accessibili. Il futuro è per sua definizione incerto e posso già rivelarti un segreto: ti porterà momenti felici e momenti tristi. Cerca le tue piccole vittorie, oggi!!!

 

Ecco, tutto qui. Non serve che tu stravolga la tua vita. Prova per una settimana quanto sopra. E, se ti va, fammi sapere come è andata via mail a marco@psicoblog.it.. Avrai la mia Gratitudine!!!!

Corsa e felicità: amiche o sconosciute?

Mi è capitato recentemente in una conferenza di rispondere alla seguente domanda: “Dal punto di vista mentale, ha senso sapere il motivo per cui uno corre?”. La mia risposta è stata secca: “No, non è necessario. Se ti fa sentire bene, se non fai del male a te stesso e agli altri, se non violi alcuna legge, fallo pure. E questo vale, a mio avviso, in senso assoluto”.

In realtà questo mi permette di richiamare un articolo scritto per la guida ad una corsa ‘al femminile’ (guida scaricabile QUI). ECCOLO.

Che correre, o fare sport in generale, faccia bene oramai non è più un segreto: non c’è trasmissione, rivista o quotidiano, sito internet o pagina facebook dove si parla di attività fisica, che non ne evidenzi i benefici per la mente e per il corpo.

Il termine ‘endorfine’ è forse uno dei più usati in tali contesti. Le endorfine sono in realtà un insieme di sostanze che secerne il nostro cervello quando vuole farci sentire appagati. Ci infondono quiete, rilassatezza o euforia, a seconda dei casi. Hanno proprietà simili alla morfina e agli oppioidi, ma con portata più ampia. Per capire esattamente cosa intendo, basti pensare che il cervello le secerne anche durante l’orgasmo: non siate troppo inflessibili, quindi, con il vostro compagno o la vostra compagna se post-coito si appisola: la chimica comanda!

Ma bastano qualche chilo in meno e una manciata di neurotrasmettitori a spiegare la felicità che la corsa può darci? O, in altri termini, perché così tante persone corrono se, con qualche accorgimento alimentare e praticando attività meno faticose e più divertenti, si otterrebbero gli stessi risultati?

La risposta ci viene, a mio avviso, da come gli psicologi vedono la felicità. Per noi la felicità è un dolce a tre strati. Immagina una fetta di tiramisù o, meglio ancora, di Sacher.

SACHER TORTEIl pan di spagna al cioccolato (primo livello) sono le EMOZIONI POSITIVE. Ingenuamente si crede che chi è ‘felice’ sia chi prova sempre e solo emozioni positive. Se ne conoscete qualcuno, non fatevelo scappare, anche se temo finireste con l’annoiarvi e forse vi rendereste conto anche che il vostro compagno è poco ‘funzionale’: le emozioni negative, oltre ad essere inevitabili, sono spesso molto utili dal punto di vista dell’adattamento all’ambiente, in quanto ci permettono di focalizzare la nostra attenzione sul problema e di affrontarlo.
Primo insegnamento, quindi: per essere felice devo cercare di riconoscere e ricordare le emozioni positive che provo, considerando anche che se ne provo di negative posso essere felice lo stesso (assunto confermato dalla ricerca sia su soggetti sani che su soggetti depressi).

Primo trucco per la psicorunner. Focalizzati sulle sensazioni positive che la corsa trasmette. Sensazioni, non pensieri (di quello parleremo dopo). Quindi su quello che vedi, che senti, sull’aria fresca o calda che ti riempie le narici, sul calore del corpo, sul respiro e su ogni altra sensazione che accompagna la corsa.

La marmellata di albicocche che sta tra i due strati di pan di spagna (secondo livello) è la SODDISFAZIONE DI VITA. Vale a dire quello che il soggetto pensa sia stata la sua vita fino a quel punto, o di parte di essa. Un bilancio che continuamente facciamo, anche se non ce ne accorgiamo, sul fatto che abbiamo raggiunto determinati obiettivi che sono in sintonia con noi, ad esempio. Qui entrano in gioco i nostri pensieri e la valutazione post corsa. Entra in gioco il cognitivo.obiettivo

Secondo trucco: facciamo che la corsa sia fatta da obiettivi semplici ma sfidanti (cose che non abbiamo mai fatto, ma che pensiamo di poter raggiungere). E soprattutto, una volta raggiunto l’obiettivo, godiamocelo ripensandoci. Un’altra tacca aggiunta, un altro punto positivo da aggiungere alla nostra SODDISFAZIONE DI VITA.

praticate-corsa-in-compagniaLa glassa al cioccolato (terzo livello e, diciamocelo, quello più buono) è quello che gli inglesi definiscono PERSONAL WELL BEING. Cioè il benessere psicologico personale, forse il livello dove la corsa può incidere meglio se si considera che per Personal Well Being si intende (C. Ryff, 1995):

– conoscenza dei propri limiti e auto-accettazione;
– relazioni forti (che si possono avere, ad esempio, con persone con le quali si condivide un’esperienza forte o una passione);
– senso di autonomia nelle scelte;
– confronto e crescita personale;
– possibilità di controllare o incidere sull’ambiente che ci circonda (leggi: tenere sotto controllo il nostro peso e sentirci efficaci in genere)

Terzo trucco: corri in compagnia o entra in qualche community virtuale per confrontarti con altri. Non parliamo solo di tempi, distanze o battiti cardiaci. Parliamo soprattutto di tutto il resto.

Concludendo, la corsa è un momento di benessere da condividere, liberamente, con chi ci va. E’ un confronto tra noi e gli altri, è una palestra che ci permette di entrare in contatto col nostro corpo, di formulare obiettivi e di raggiungerli. Ci fa provare emozioni positive e di conoscere nuove persone. Ah sì, ci sono anche le endorfine!

In definitiva quindi, la corsa è forse uno dei più potenti alleati della felicità protratta nel tempo. Ogni volta che decidi di prenderla in considerazione pensa alla Sacher Torte: per essere buona devono esserci pan di spagna, marmellata e glassa al cioccolato. Segui i consigli sopra. Mordi la fetta, mordi la corsa. Morderai la vita.

Buone corse!!!!

 

Il Narcisismo nel mondo dello Sport (parte 2)

L’atleta Narcisista.

Non esiste uno sport dove gli atleti mostrano mediamente una maggiore tendenza al narcisismo rispetto ad altri sport. Esiste tuttavia un sentore, non pienamente rilevato dalla ricerca scientifica, che un atleta di alto livello abbia una forte componente narcisistica.

Intuitivamente, dato che la fiducia nei propri mezzi è un ingrediente chiave nel successo di un atleta, maggiore sarà il ‘senso di sè’, minori i dubbi sulle proprie capacità, maggiori saranno le probabilità di avere un atteggiamento ‘vincente’. Il rovescio della medaglia è purtroppo dietro l’angolo: l’atleta narcisista deve raggiungere il risultato a tutti i costi, pena la perdita della propria identità di vincente. Unendo questa urgenza alla mancanza di attenzione alle conseguenze del proprio comportamento, ad ambienti in cui la pressione competitiva è sempre più elevata, si può arrivare a comportamenti altamente scorretti e pericolosi per l’integrità dell’atleta stesso (ad es. il doping).

Ed i ricordi purtroppo corrono: “Oggi non mi batteva neanche Superman

Il Genitore Narcisista

Si dice che “la squadra migliore sia quella composta da atleti orfani”. Tale affermazione, solitamente, mette sempre tutti d’accordo. Com’è possibile che la presenza del genitore sia avvertita piuttosto quale ‘ingerenza genitoriale’, quando invece lo sport, come la scuola, avrebbero bisogno di un’alleanza forte con le famiglie, al fine di poter svolgere il proprio ruolo educativo in maniera più efficace?
La risposta a mio avviso sta anche nella figura del genitore con un elevato grado di narcisismo.

Il genitore narcisista è quello con il cronometro a bordo campo. E’ quello sulle tribune che urla contro l’arbitro o che incita con un ‘ségalo’ il proprio figlio difensore.”

Estremizzando, eccone alcune caratteristiche:

  • Giudica il figlio in base ai risultati che ottiene;
  • Incita, per quanto sopra, alla competizione sempre e comunque;
  • non educa il figlio ad esprimere emozioni, soprattutto quelle negative, quali tristezza e paura (bisogna dimostrare di essere forti, sempre);
  • non ascolta le esigenze del figlio che, crescendo, ha sempre più la sensazione di sentirsi come un guscio vuoto.

genitore bordo campo 1Triste? Ahimè sì, anche se molto spesso tali caratteristiche non sono così marcate o se non si arriva a dei veri e propri abusi psicologici da parte del genitore.

Il più bel regalo, comunque, che un genitore possa fare ad un figlio è dargli un attaccamento sicuro: essere presente quando necessario, al fine di rendere tranquillo il fanciullo di esplorare il mondo, renderlo sicuro di avere un posto dove tornare ed eventualmente essere consolato. Questo DA SOLO può garantire un senso di fiducia che rimarrà nel tempo.

L’Allenatore Narcisista

L’importanza della figura dell’allenatore nelle categorie giovanili di qualsiasi sport è intuitiva. Dall’allenatore dipende non solo la corretta esecuzione del gesto tecnico, ma anche la performance, la motivazione ed il benessere dell’atleta.

Parliamoci chiaro: dati ISTAT-CONI del 2011 (forse vecchiotti ma ancora attuali) fanno notare come tra i 14 ed i 19 anni smetta di fare sport oltre un terzo dei ragazzi. Il fenomeno è noto con il nome tecnico di ‘dropout’. Cioè abbandono. Chi pensa che il dropout sia dovuto solo a cause ‘ormonali’ adolescenziali si sbaglia: in un recente sondaggio (Murphy, 2008) svolto su 5.800 atleti adolescenti che hanno smesso da poco di praticare sport, i cinque motivi più citati sono:

  • Ho perso interesse;
  • Non mi divertivo più;
  • Mi portava via troppo tempo;
  • L’allenatore era scadente;
  • Avevo troppa pressione.

L’allenatore quindi c’entra eccome. C’entra in quanto educatore, prima ancora che come ‘supertecnico’. Infatti molte società sportive stanno affiancando gli allenatori ad uno psicologo dello sport (oltrechè a preparatore atletico e nutrizionista).

Ma quando l’allenatore ha una personalità che scivola verso i piani alti del narcisismo cosa succede? Ce lo spiega una ricerca del dicembre 2015: le modalità di allenamento passano da essere supportive, positive ed orientate a portare l’atleta verso una graduale autonomia e presa di responsabilità a direttive e controllanti. E questo implica, secondo una delle teorie motivazionali più accreditate (Self Determination Theory, Ryan e Deci – 2002), una motivazione allo sport di tipo estrinseco, basata cioè su ricompense e su di un bisogno continuo di riscontri da parte dell’atleta verso l’allenatore, con una dominante affettiva che vira verso emozioni negative quali ansia o frustrazione e verso comportamenti di evitamento.

Senza scendere troppo nel particolare possiamo intuire che un allenatore troppo narciso cerchi costante approvazione, successi personali, sia manipolatore, egocentrico, dominante e scarsamente empatico.

Ah, e per certo: un allenatore narcisista non sopporta le critiche!!

 

Conclusioni.

Fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato. Il narcisismo estremo esiste ed è nocivo nello sport come nella vita. Avere a che fare con allenatori narcisisti, genitori narcisisti, atleti narcisisti (aggiungerei anche dirigenti narcisisti) non è mai piacevole. Tuttavia prima di attribuire un’etichetta a qualcuno bisogna andarci cauti e lasciare il giudizio a chi è competente in materia (guarda caso, lo psicologo). Purtroppo la nostra tendenza a dare una collocazione a tutto rischia di farci prendere delle cantonate e di farci perdere delle opportunità di crescita anche da chi, pur avendo una personalità molto marcata, alla fine tiene veramente a noi.

Il narcisismo nel mondo dello sport (parte 1)

Sei un narcisista, basta specchiarti!”. “E’ un Narcisista, pensa solo a sè”. Queste e altre affermazioni simili vi suoneranno sicuramente abbastanza comuni.

‘Narcisista’ richiama alla mente una persona innamorata di sé stessa, della propria immagine, di ciò che fa, ma in maniera eccessiva. Questo è spesso legato ad un comportamento di ostentazione di quanto ‘speciale’ il narcisista si senta, finanche a coprirsi di ridicolo o a venire giudicato alquanto immodesto o poco credibile.

Il termine deriva dal mito greco di Narciso, il figlio di un dio e di una ninfa. Narciso era talmente bello che si innamorò della propria immagine riflessa sullo specchio dell’acqua di un lago; per cercare di raggiungerla e baciarla si tuffò, annegando nell’intento.

La psicologia invece, traccia confini molto più netti e più utili alla riflessione della mitologia e del senso comune, fino ad arrivare ad identificare un vero e proprio disturbo di personalità (il Disturbo di Personalità Narcisistica, appunto).

Patologia a parte, quello che qui interessa del narcisista sono le seguenti caratteristiche:

Gordon_GekkoSentirsi speciali, eccezionali, unici. E fin qui, tutto bene. Abbiamo già visto che la tendenza a sovrastimare le proprie abilità (overconfidence bias) è insita nella natura umana. Tuttavia in questo caso il narcisista va oltre: non è ciò che fa in cui è decisamente sopra la media; è lui come persona che è ‘super’.

Mancanza di empatia. Qui invece cominciano i problemi: il narcisista è talmente preso da se stesso che non ci ascolta, non presta attenzione alle nostre esigenze, non comprende le nostre emozioni, i nostri ‘momenti’. Ci fa sentire trasparenti, quanto meno, se non in colpa per non prestargli abbastanza attenzione, rivelando un atteggiamento manipolatorio di cui al punto che segue.

Propensione per la manipolazione: il narcisista DEVE piacere. All’applauso continuo, all’approvazione ad ogni costo, voca tutta la propria esistenza. E per questo molte volte, soprattutto i primi tempi in cui siamo entrati in contatto con lui, risulta estremamente affabile, simpatico, disponibile. Quasi all’eccesso.

Mancanza di rimorso. Purtroppo proprio non ce la fa. Ciò che non lo tocca non lo capisce; la mancanza di empatia gli impedisce di ‘mettersi nei panni degli altri’. La difesa del proprio sé è talmente prioritaria da escludere altri domini.

NARCISISMO ED AUTOSTIMA.

Nel suo libro più recente, lo psicologo Craig Malkin (“Che c’è di male nel sentirsi speciali” – Ed. Feltrinelli, 2016), rivaluta la figura del narcisista. O meglio, rivaluta quella parte di narcisismo ‘sano’ che porta alla formazione del senso di sé. Proprio quel senso di sé che Kohut riteneva il motore dell’agire umano, superando il concetto freudiano di pulsione.

bassa-autostima_13-m

Pallosa storia della psicologia a parte, credo sia successo di notare a tutti come le persone tendano a difendere il proprio sé: dai permalosi, agli adolescenti (pur con un sé in formazione), a chi sistematicamente tende a non affrontare le cose, tutti sono impegnati ad affermare: ‘io esisto e conto qualcosa’. Ed il fatto di esistere mi permette di ammirare, essere ammirato, provare empatia e compassione per me stesso e gli altri. Di pormi al centro di alcune delle mie riflessioni, e mentre mi interrogo su me stesso, mi interrogo anche sugli altri. Di cui avverto la presenza e la necessità. Sono un individuo psicologicamente equilibrato.

I problemi cominciano per chi si posiziona agli estremi opposti della scala del narcisismo. Nel caso vi sia una carenza di narcisismo siamo di fronte a persone passive che faticano ad accettare di essere al centro dell’attenzione, che non sopportano il proprio compleanno o che qualcuno si occupi di loro, che attraversano la vita in punta dei piedi; nel caso di eccesso di narcisismo, parliamo di persone dotate di tutte le caratteristiche indicate nel paragrafo precedente, con una tendenza spiccata ad essere arroganti ed un bisogno di apparire e di essere ammirati che non passa sicuramente inosservato.

biblioteca_bibliotecario_calendario_sexy_uomo_hot_2012_ginnasticaP.L. Hill e B.W. Roberts, due psicologi dell’Università dell’Illinois hanno trovato, in una ricerca compiuta su oltre 800 soggetti, che la categorie professionale dove il narcisismo è maggiore è quella dei politici. Religiosi e professori sono risultati, invece, più sani; al gradino più basso della scala troviamo… I BIBLIOTECARI.

Nella seconda parte vedremo come il narcisismo si inserisce nel mondo dello sport: atleti, ma soprattutto allenatori e genitori. Nessuno escluso!!

Overconfidence bias e sport

1.faticaA chi non è mai successo di partire troppo forte in una gara e trovarsi lungo il percorso senza ‘benzina’? E quel periodo in cui proprio non avevate voglia di allenarvi e vi sentivate sempre affaticati?
Vabbè, capita: siete giunti, col senno di poi, a concludere che in qualcosa avevate esagerato, ma sicuramente poi non vi è più ricapitato.

Come dite? No??? Allora siete nella norma.

Ognuno di noi è soggetto a ciò che in letteratura viene definito Overconfidence Bias. In termini spiccioli è

“la tendenza sistematica a sovrastimare le proprie capacità, le proprie abilità ed i propri giudizi.”

Il fenomeno, per quanto possiamo ritenere di esserne immuni, è piuttosto subdolo e pervasivo. Quando lo presento faccio sempre una prova molto semplice: chiedo a ciascuno dei presenti in platea di stimare le proprie abilità di guida e poi chiedo in successione 1) “chi pensa di appartenere alla fascia 0-25%?”; 2) “chi alla fascia 25-50%”; 3) “chi alla fascia 50-75%”.. Sì insomma avete capito: nei campioni che ho avuto l’occasione di testare, buona parte dei presenti sono AL DI SOPRA DELLA MEDIA. Tutti fenomeni? Tutti in mala fede? Casualità?

In realtà in una ricerca del 1981 (Svenson) emerse chiaramente che il 93% dei guidatori americani si considerava al di sopra della media in termini di abilità di guida.
Molte ricerche seguenti hanno confermato l’Overconfidence Bias in numerosi campi, dall’economia, alla finanza, all’etica, giusto per citarne alcuni; è stato altresì rilevato che nessuno, nemmeno i cosiddetti ‘esperti’, ne è immune.

Ecco un divertente video (in inglese, of course) che spiega abbastanza chiaramente il concetto

Scegliere il giusto ritmo gara, gli obiettivi di allenamento, la tabella di marcia per avvicinarci alle competizioni sono decisioni fondamentali per uno sportivo. Essi hanno importanti risvolti motivazionali (ne parlerò più avanti) e su altri costrutti determinanti per la performance quali, ad esempio, il senso di fiducia in sé, il senso di controllo dell’ambiente, ecc., ecc.

Ecco alcuni consigli su come procedere per evitare il più possibile di incappare in uno dei più radicati meccanismi umani:

  1. Testare le proprie abilità con strumenti il più possibile scientifici (test di soglia, VO2max, …)
  2. Affidarsi a preparatori qualificati, meglio se con qualche corso anche di base in preparazione mentale
  3. Fare riferimento a sé stessi e alle proprie scelte di allenamento e non al compagno d’allenamento da battere a tutti i costi.

Senza dimenticare una cosa: se l’overconfidence bias si è evoluto come meccanismo della specie umana è perché ha un alto valore adattivo (ovverosia ci ha permesso di adattarci all’ambiente e di evolvere). Tale valore è da ricercare nelle scelte ‘coraggiose’ che ha permesso di fare, scelte che ci hanno fatto superare limiti in apparenza insormontabili.

In definitiva la raccomandazione è questa: andateci piano, datevi il tempo di conoscervi, senza smettere nel contempo di ascoltare quella vocina che vi farà osare un po’ di più.

Buone sperimentazioni!!!!!

Mens Sana in Corpore Sano?

mente-sport“E’ possibile trovare la felicità? Cos’è il benessere? Sono troppo stressato o no? Come posso migliorare e trovare la mia forma fisica migliore e raggiungere le prestazioni che vorrei?”

Questo blog si occupa di psicologia, sport, prestazioni, felicità, benessere, stress e molto altro. E’ un progetto nato dalla condivisione con altri colleghi di alcune idee ed interessi.

 

 

PENSIERO NUMERO UNO: La psicologia è comunemente vista come una cura per qualche forma di oscuro disturbo, quindi ‘meglio starci alla larga, per fortuna io sono normale’.

PENSIERO NUMERO DUE: La psicologia ha bisogno di uscire dai banchi di scuola. Gli psicologi sono spesso troppo accademici e autoreferenziali. Giusto far capire che la psicologia è una scienza e non un accozzaglia di pratiche alchemiche o esoteriche, ma a volte si rischia di scivolare in un latinorum poco efficace.

PENSIERO NUMERO TRE: Gli aforismi in psicologia si sprecano. Molti psicologi usano la metafora per ‘arrivare’, far comprendere, superare una difesa. Ma la psicologia è una scienza: la riduzione a metafora non fa giustizia della mole di ricerca scientifica su cui si basano teorie e strumenti che comunemente vengono utilizzati dai professionisti del settore.

Dottor_FrankensteinNiente sensazionismo, niente accademicismo, niente oscurantismo, niente disturbi, quindi. Solo una guida alla manutenzione della mente, un riassunto ragionato in bilico tra dottina, esperienza professionale, esperienza diretta. Senza pretesa di essere esaustivo, ma con la voglia di indicare una via.

In questo cammino chiederò l’aiuto a molti amici e colleghi con i quali ho la fortuna di condividere i miei percorsi di riflessione, ospitandoli tra queste pagine!